Il terrorismo in Europa e nel Mondo: il ruolo dei media

Che le folle abbiano una psicologia, dei meccanismi di reazione ed un modo per essere condizionate lo scriveva Gustave Le Bon nel lontanissimo 1895. E molti di noi si sono dimenticati che questo libro è stato letto e adottato dal peggiore degli assassini di tutti i tempi: Adolf Hitler.

Che la stampa sia sempre stata usata per condizionare le folle lo sapeva Orson Welles nel suo pluripremiato film “Quarto Potere” (Citizen Kane) film da lui scritto, diretto, prodotto e interpretato. Non da ultimo, che la tecnologia ci avrebbe ridotti nelle condizioni descritte del libro “Orwell 1984” (Nineteen Eighty-Four) del grande scrittore George Orwell era risaputo da tempo...

Il quadro di come l’umanità sarebbe stata manipolata nel lontano futuro si sta realizzando e non siamo più tanto lontani. E che il potere sia manipolato da algoritmi acefali di cui nessuno o pochissimo sono i detentori non dovrebbe far altro che metterci tutti in allarme sulle future limitazioni alla nostra libertà di pensiero.

Il terrorismo è un fenomeno terribile per le morti che porta con sé. Ma non possiamo fare a meno di fare una valutazione sul linguaggio e sulle modalità in cui ci viene riferito.

Il ruolo dei media nel caso del terrorismo

Mi riferisco ai recenti fatti di terrorismo accaduti a Barcellona, o agli eventi di Londra, o quelli più indietro nel tempo avvenuti a Nizza o a Parigi. Sentiamo i giornalisti usare accezioni come “mattanza”, “massacro”, “l’orrore”. Sono parole forti che vogliono evocare i demoni del “terrore” appunto. Ma su cosa contano i terroristi affinché il messaggio di “odio” arrivi al suo destinatario? I terroristi confidano che il messaggio dell’efferatezza e la follia del gesto violento arrivi appunto al suo vero destinatario: le folle.

E che ci arrivi tramite la carta stampata, la televisione o i social media è ancora meglio perché il messaggio arriva corredato di tutto il suo carico emotivo. E quando vediamo i filmati della gente stesa a terra, insanguinata muoversi lungo il confine della morta allora l’effetto di immedesimazione e compassione è totale. Non possiamo fare a meno che condannare ogni atto di brutalità e violenza.

Eppure quello che mi viene da criticare è proprio quell’impossibilità del “non possiamo fare a meno”, ci sentiamo quasi moralmente impegnati nel dover prestare sempre più attenzione agli atti di terrorismo.

I terroristi e i loro scopo (qualunque essi siano) continueranno a agire e vivere fintanto che i mezzi di comunicazione di massa daranno loro ossigeno: diffondere con tono roboante e ripetitivo gli eventi terroristici equivale a fornire al terrorismo una voce che loro stessi cercano di alzare. Quello che fanno i mass media è proprio dare una voce a questi gesti di follia. Tanto più daremo visibilità a queste gesti tanto più l’obiettivo del terrorista sarà raggiunto. Questo è il paradosso che si innesca con l'idea di libertà di stampa alla quale non potremmo mai rinunciare.

Eppure se dovessimo fare un confronto con fatti umani dovrebbero terrorizzarci maggiormente cose più banalmente comuni. Le statistiche degli incidenti stradali sono numeri da ecatombe: nel solo 2016 (fonte Istat) in Italia ci sono stati 3283 morti e 249.175 feriti distribuiti in 175.791 incidenti. Sono numeri da raccapriccio.

E se ampliamo il nostro sguardo a tutta l’Europa i numeri sono da vero genocidio: 25.720 vittime di incidenti stradali.

Eppure queste sono notizie che ci lasciano completamente indifferenti e sono informazioni che i mass media, le televisioni, la stampa, il mondo del digitale mettono sempre i seconda e terza pagina.

Libertà o censura?

Ma dove si trova la tara di questo meccanismo perverso? E’ nato prima l’uovo o la gallina?

E’ colpa forse degli editori che danno maggiore rilevanza a certe notizie per creare “condizionamenti” sui lettori, mobilitazioni ad-oc dell’opinione pubblica, strumentalizzazioni da “false flag”?

E’ colpa dei lettori che si nutrono di notizie tragiche mettendo in atto comportamenti perversi di necrofilia informativa? Se i lettori leggono gli editori hanno tutta la convenienza a scrivere. Dov’è la maggiore responsabilità di quanto accade oggi tramite i mezzi di comunicazione?

Quando sentiamo le notizie di eventi di violenza siamo più adirati per quello che è accaduto o per la qualità troppo forte messaggio che arriva? Siamo ancora in grado di misurare la gravità di una notizia e di commisurarla ad una scala più grande?

La responsabilità nel filtraggio delle notizie, almeno nelle civiltà occidentali e liberali è tutto demandata al singolo individuo.

A queste domande vorrei rispondere ma in cuor mio non mi sento di dare risposte di verità. Una sola cosa posso dire con certezza: percepisco con chiarezza un senso di costante manipolazione del mio modo di sentire, sento il condizionamento dei miei sentimenti, della mia visione del mondo e della vita da parte dei mass media.

Sulla base di questa sgradevole sensazione scelgo il più delle volte di spegnere la televisione, chiudere il mio smartphone per recuperare un po’ di equilibrio e di contatto con il mondo reale.